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giovedì 31 ottobre 2013

Nuvole non campate in aria: il cloud computing

Il fabbisogno di archiviazione digitale per il marcato consumer supererà nel 2016 la cifra di quattromila miliardi di gigabyte. La quantità storica di device mobili caratterizzano l’era post pc in cui ci troviamo a vivere oggi, un momento storico in cui tutti siamo in grado di produrre e condividere quantità industriali di file testuali e grafici, gestibili in maniera più semplice e fulminea utilizzando i nuovi servizi di cloud computing, in quanto una tecnologia che permette l’utilizzo di risorse software e hardware in remoto, rendendo accessibili applicazioni e dati da qualsiasi luogo e con qualsiasi dispositivo.
Secondo i report elaborati da Gartner, proprio i servizi legati al cloud pubblico, attinente alle cosiddette reti aperte, sono in continuo aumento, tanto che anche la Commissione Europea ha da poco varato un piano per “liberare il potenziale del Cloud computing”, in quanto risulterebbe in grado di generare guadagni sia in termini monetari che occupazionali: si parla di un aumento annuo del Pil pari all’uno per cento (circa cento sessanta miliardi di euro) e due milioni di nuovi posti di lavoro.
Lo stesso termine “cloud computing” porta con sé qualcosa di innovativo e rivoluzionario dal punto di vista dell’impatto che questi nuovi servizi avranno nella nostra società. La novità non sta certo nell’utilizzo delle tecnologie, ma nel tipo e nella modalità di impiego delle applicazioni pratiche legate ad esse, sempre più svariate e interconnesse tra di loro. Quasi ognuno di noi possiede almeno una casella di posta elettronica e ne conosce le funzionalità basilari. Quest’ultima, però se opportunamente integrata ai servizi cloud, diventa una vera e propria piattaforma, in cui sincronizzazione, accesso e condivisione dei documenti diventano sempre più facili e soprattutto immediati, senza il rischio di intasare gli inbox o farsi bloccare dai servizi aziendali. Ma tali applicazioni possono riferirsi anche a contesti e argomenti più “ludici” o (ri)creativi. Ad esempio il team work di Google Emea, sta sperimentano l’utilizzo e l’attivazione di una Universal orchestra, un’orchestra robotica, fruibile on line, composta da diversi elementi musicali, capace di creare melodie attraverso input provenienti da tutto il mondo.
Come, in definitiva, afferma Derrick de Kerchov, grande informatico moderno, “Opposto di twitter, che è l’allargamento diastolico del potere di intervento di ciascuno, il cloud computing è l’implosione della memoria e convergenza generale di ogni cosa.” Condivisione e creazione della conoscenza, attraverso l’integrazione dei servizi destinati alla sua gestione e al suo utilizzo.

giovedì 23 maggio 2013

Un festival per l'innovazione e l'economia della conoscenza

Dal 22 al 24 maggio si terrà il Festival dell’innovazione 2013 dedicato all’innovazione e all’economia della conoscenza, nella cornice del borgo antico e del centro di Bari.
L’evento rappresenta un momento di incontro e confronto fra i protagonisti dell’innovazione e i cittadini: durante la manifestazione sarà possibile visitare mostre interattive, esposizioni o assistere ai numerosi eventi in programma.
L'economia della conoscenza è una branca dell'economia che si occupa di studiare le caratteristiche della conoscenza e delle informazioni, con particolare attenzione a natura, creazione, diffusione, trasformazione, trasferimento, e utilizzo della conoscenza in ogni sua forma.
Tale disciplina evidenzia i legami tra i processi di apprendimento, l'innovazione e la competitività, sempre più basati sulla conoscenza e di conseguenza sulle risorse intangibili, sul know-how e sulle competenze distintive. Alla base della conoscenza vi sono i processi cognitivi e di apprendimento dell'uomo: l'economia è fatta di scelte e le scelte sono il risultato dei processi neurobiologici che avvengono nella mente dell'uomo. Dunque, alla base della teoria economica vi devono essere i "meccanismi che guidano il lavoro della mente umana" (http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_della_conoscenza).
Il Festival dell’Innovazione, giunto alla sua terza edizione, si evolve e si propone non solo come una vetrina delle innovazioni, ma soprattutto come uno spazio aperto allo scambio di sperimentazioni: un laboratorio poco strutturato in cui le esperienze sono portate sia dagli attori tradizionali del Sistema Innovativo Regionale, sia dal pubblico più ampio.
Non una fiera quindi, ma un evento composito, che coinvolge il cuore pulsante di Bari, il borgo antico e il centro murattiano, confrontando idee, visioni, esperienze.
L’innovazione dai laboratori scende per strada, incontra i giovani, i cittadini e agisce su tutti gli ambiti della vita quotidiana.
Anche per questo i temi della manifestazione sono trasversali, con un’unica concessione ad un tema “verticale”, quello dell’energia e del risparmio energetico, che per molti versi caratterizza l’esperienza pugliese nel contesto nazionale e mondiale in maniera assolutamente precipua.
I cinque temi cardine del Festival dell’Innovazione 2013 sono:
  • Economia della conoscenza: il circuito ricerca-impresa-finanza-amministrazione pubblica
  • Made in Italy hi-tech: smart specialization, innovazione nei settori innovativi e tradizionali, distretti, reti, cluster
  • Energia-Energie: il modello pugliese e oltre
  • Il fattore umano: empowerment e autoimprenditorialità, innovazione della formazione
·         Smart&Social: smart cities, innovazione sociale, collaborazione, comunicazione innovativa, web 3.0
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di dar vita a una manifestazione divertente e coinvolgente in cui scienza e società, enti di ricerca e imprese dialogano tra loro.
Per ulteriori informazioni: www.festivalinnovazione.puglia.it

martedì 21 maggio 2013

Il lato davvero "eco" delle auto elettriche


Ci sono tante definizioni per indicare le modernissime auto elettriche: ecologiche, green, a zero emissioni. Ma in seguito ad un articolo apparso sul Wall Street Journal, in cui lo scienziato americano Bjorn Lomborg afferma che, a causa della batteria al litio, per produrre un’auto elettrica l’anidride carbonica sviluppata supera di molto quella necessaria per le auto tradizionali, il lato “eco” di queste vetture potrebbe essere messo in discussione. C’è, infatti, chi continua a considerarle ecologiche al 100% e chi non le considera mezzi “puliti” in totus.
Sicuramente, si può affermare che quando circolano non producono alcuna forma di inquinamento locale, mentre l’emissione di CO2 dipende fortemente dalle tecnologie di produzione del veicolo e dal tipo di energia utilizzata per la ricarica elettrica. Insomma, l’utilizzo delle auto elettriche produce emissioni bassissime di gas climalterante (CO2), ma a queste vanno aggiunte quelle prodotte per la loro costruzione, che sono più alte di quelle necessarie a fabbricare quelle con motore a scoppio, proprio perché occorre produrre anche le batterie.
Ad ogni modo, quando si parla dei vantaggi legati al fattore sostenibilità, si prendono come riferimento sempre e soltanto le emissioni di anidride carbonica, mentre sarebbe più coretto guardare ai pregi complessivi. La categoria dei veicoli tradizionali costa all’economia italiana circa 6 centesimi al chilometro, suddivisi in 4 centesimi per l’importazione del petrolio, 1 centesimo per il costo sanitario dovuto alla cattiva qualità dell’aria e 1 centesimo per il peso economico delle reali emissioni di CO2.
In America lo scorso anno sono state immatricolate 50mila auto elettriche, mentre secondo l’Associazione nazionale fra le Industrie Automobilistiche (ANFIA), sostiene che nel 2012 in Italia sono state vendute solo 524 auto elettriche, di cui 25 destinate a privati e le restanti a enti e aziende. Nel nostro Paese, quindi questo può essere considerato ancora solo un mercato di nicchia, seppur in crescita, con gran fatica.
La causa principale di questa situazione sembra essere la durata limitata della batteria, che fa in modo da considerare l’auto elettrica solo come un’auto da città, impensabile da utilizzare per viaggi superiori a 8 ore.
Nell’ambito delle politiche “green oriented”, l’auto elettrica è sicuramente un settore su cui puntare, ma affinché da un mezzo di trasporto destinato solo a pochi, possa trasformarsi in un prodotto di largo consumo, bisogna quindi ripensare le strategie adottate fino ad ora, investendo maggiormente in questo settore.

http://www.infooggi.it/articolo/il-lato-davvero-eco-delle-auto-elettriche/42730/

Didattica CLIL e costruzione di una nuova società della conoscenza


Oggigiorno, ancora più che in passato, la scuola è chiamata a svolgere il delicato compito di formare persone in grado di interagire con una società molto più complessa ed esigente, quella che nel “Libro bianco” della Commissione Europea (“Insegnare ed apprendere - Verso una società della conoscenza” – Bruxelles, 1995 )viene definita una “Società conoscitiva”, in cui il processo di apprendimento non si esaurisce con la frequenza scolastica, ma si estende fino ad abbracciare l’intero arco della vita. Gli stessi concetti e le medesime esigenze vengono riprese e affrontate nel “Libro bianco sul futuro del modello sociale – La vita buona nella società attiva”, prodotto dal Ministero del lavoro, della salute e delle Politiche sociali nel 2009 (scaricabile dai siti www.ministerosalute.it e www.lavoro.gov.it).
Come scrive Martin Dodman in “Educazione plurilingue nella realtà multiculturale”, in quest’ottica diventa fondamentale costruire un curricolo in grado di fornire risposte precise e adeguate per i tempi in cui viviamo. I numerosi flussi migratori che si verificano per motivi di lavoro, di studio, sociali e/o politici, favoriscono la nascita di una dimensione all’insegna della multiculturalità e ormai in molti Paesi il plurilinguismo è diventato una nuova e concreta realtà con cui confrontarsi. Diverse culture, conoscenze, modi di pensare, usi, costumi, vissuti e valori entrano in contatto e coesistono, si aprono nuovi orizzonti, si abbattono barriere mentali e pregiudizi, che invece, prosperano ove sono grettezza e chiusura, si stimolano scambi proficui: questo è lo scenario attuale e lo sarà ancora di più in futuro.
La scuola non può, dunque, prescindere da tale contesto e, pertanto, nel curricolo la lingua straniera non può più essere trattata esclusivamente come oggetto di studi, ma deve essere inteso anche come mezzo per veicolare contenuti. È in tale discorso che si inserisce la didattica CLIL, acronimo coniato nel 1994 da David Marsh e Anne Maljers, che sta per “Content and Language Integrated Learning”. Con tale espressione si indica preferibilmente una metodologia di insegnamento che si avvale di una lingua che non sia quella madre, come mezzo per la trasmissione e l’acquisizione di contenuti di una disciplina non linguistica. La lingua, quindi, diventa solo un veicolo che non contende affatto il ruolo principale e di primo piano che viene, invece, rivestito dal contenuto della materia oggetto di insegnamento.
Lingua madre e lingua straniera devono essere utilizzate dall’insegnante non con un rigido metodo specifico, ma sfruttando un approccio sistemico flessibile ed efficace che faccia appello ad un’ampia gamma di metodologie: activity-based approach, audiovisual aids, storytelling, task-based approach, Total Physical Response, learning by doing, ecc.
La metodologia CLIL è sicuramente la soluzione che consente la formazione dei cittadini che possono integrarsi pienamente in una società plurilingue e di rispondere senza incertezze alle richieste del mercato del lavoro attuale e del futuro, ormai sempre più caratterizzato dalla mobilità. In vista di tale obiettivo, va sottolineata l’importanza che l’insegnamento della lingua straniera sia ad appannaggio di persone preparate, in grado davvero di padroneggiare i mezzi linguistici e gli aspetti culturali della lingua straniera, piuttosto che di insegnanti “sfornati” da corsi che entrano solo in un’ottica di razionalizzazione del personale docente.


http://www.infooggi.it/articolo/da-un-apprendimento-integrato-plurilingue-alla-nuova-era-della-conoscenza/42729/